Quando rifaccio un sito, la prima cosa che chiedo al cliente è se si possono tenere gli URL invariati — soprattutto quelli delle pagine importanti. Se a ogni rifacimento si cambia tutto, ogni 4–5 anni riparti da zero con Google e con chi aveva salvato i link.
Da lì, in una discussione recente, si è aperto un altro tema: sito web e e-commerce devono stare sullo stesso dominio, o conviene dividerli? Non è una disputa da tifosi. È una scelta di architettura: dipende da quanto è grande lo shop e da cosa non puoi permetterti di spegnere.
Perché cambiare gli URL a ogni rifacimento è un problema
URL bruttine tipo /service/offerta/prodotto1?set=hom esistono. A volte non si possono “salvare” così com’erano. In quel caso i redirect 301 sono lo strumento giusto: la pagina nuova prende il posto della vecchia e i motori (e i segnalibri) seguono.
Il disastro non è un URL brutto. Il disastro è rifare il sito e dimenticare redirect, canonical e mappa delle pagine che già funzionavano. Redirect a pioggia non sono eleganti, ma battono di gran lunga il silenzio di un 404 sulle pagine che portavano traffico.
Quando “e-commerce” significa solo qualche prodotto sul sito
Qui bisogna intendersi sulle parole. Se hai cinque prodotti (o pacchetti) e un carrello leggero sul sito personale, per la legge può essere e-commerce — ma dal lato progetto è ancora un sito con vendita, non un magazzino digitale da migliaia di schede.
In quel caso sono d’accordo con chi dice: tieni tutto insieme. Un dominio, una installazione, un blog, un “chi siamo”, meno cose da aggiornare. Separare due spazi per cinque SKU è complicarsi la vita senza guadagnarci stabilità.
Quando invece è un e-commerce vero (centinaia di prodotti)
Se parliamo di centinaia o migliaia di prodotti, catalogo che cambia spesso, picchi di visitatori sullo shop, deploy e plugin diversi dal sito istituzionale — allora le esigenze non sono le stesse.
Il sito vetrina vuole essere chiaro, leggero, aggiornabile. L’e-commerce vuole essere una cassaforte: pagamento, magazzino, performance sotto carico. Mettere tutto nello stesso “interruttore” significa che per rifare la homepage istituzionale rischi di mettere in manutenzione anche il negozio. Con decine di sessioni contemporanee sullo shop, quel rischio non è teorico.
Cosa guadagni tenendo tutto sullo stesso dominio
Lato SEO e posizionamento, concentrare segnali sullo stesso dominio ha senso: link in ingresso, fiducia, “chi siamo”, blog e schede prodotto nello stesso posto. Non disperdi lavoro su due proprietà. Schema e brand risultano più semplici da raccontare ai motori. Per molte PMI è la scelta giusta — soprattutto se non sei Tesla e il traffico diretto non ti salva da solo.
Gestire due siti raddoppia anche audit, aggiornamenti e, spesso, campagne. Chi fa SEO sul serio lo vede subito: i costi nascosti non sono i dieci euro del dominio.
Cosa guadagni separando sito e e-commerce
Dal lato tecnico, per shop grandi, separare è spesso la scelta più sana:
- Se uno va giù, l’altro può restare su — niente down totale del brand online.
- Setup diversi — lo shop può vivere su server e stack pensati per carrello e picchi; il sito istituzionale su qualcosa di più semplice.
- Deploy indipendenti — rifai o aggiorni il sito senza spegnere le vendite (e viceversa).
Attenzione: separare non significa inventare due marchi (“Pino” e “Anselmo”). Significa due spazi sotto lo stesso brand — path, sottodominio o, nei casi grossi, proprietà dedicate — con regole chiare di link e redirect. I grandi nomi (Google Store, shop Tesla, ecc.) lo fanno da brand consolidati: non è il modello della PMI media, ma mostra che la separazione tecnica esiste per motivi di infrastruttura, non per capriccio.
Vantaggi SEO automatici della divisione? Non li invento: non è il mio mestiere. Per i siti grandi, però, la parte tecnica non può chinare del tutto il capo alla SEO: più cresce il progetto, più uptime e deploy contano.
Via di mezzo: stesso brand, spazi diversi (path, subdomain, hosting)
Non è solo “un dominio unico” contro “due mondi sconnessi”. Ci sono vie di mezzo:
- Stesso dominio, path dedicato — es.
tuodominio.it/shop/: un brand, spazi logici separabili lato CMS o reverse proxy. - Sottodominio — es.
shop.tuodominio.it: spesso stack diversi, brand riconoscibile; lato SEO non è identico a un path, va progettato bene. - Stesso server, siti distinti — su un dedicato o VPS puoi avere più vhost senza “due hosting da agenzia” da pagare due volte; il costo del nome a dominio è il pezzo piccolo.
La domanda utile non è “quanti loghi ho?”, è: posso aggiornare o ripristinare un pezzo senza spegnere l’altro?
Come scegliere in pratica (checklist)
- Quanti prodotti gestisci davvero — e quanto spesso cambiano?
- Se metti lo shop in manutenzione per un giorno, quanto ti costa?
- Sito e carrello usano lo stesso CMS/team, o stack diversi?
- Hai già traffico e link su URL che non vuoi buttare? (redirect 301 obbligatori al rifacimento)
- Chi gestisce SEO e contenuti: un solo dominio semplifica; due spazi richiedono piano chiaro (blog dove? chi siamo dove?)
In sintesi: sito con pochi prodotti → un solo spazio. E-commerce vero, grosso, critico → meglio separare sito e shop sotto lo stesso brand, così un down o un rifacimento non spegne tutto. URL importanti: tenerli o redirezionarli. Il resto è negoziazione tra chi scrive codice e chi cura il posizionamento — non una guerra di religione.
Stai rifacendo sito o e-commerce e non sai se tenerli insieme? Scrivimi dalla pagina contatti — partiamo da quanti prodotti hai e da cosa non puoi spegnere.
