Immorale? Disonesto? Come le agenzie e gli sviluppatori tentano di boicottarti, silurarti… insomma: ci siamo capiti.
Non è una crociata contro chi fa siti. Molti professionisti lavorano onesti. È una lista di pratiche ricorrenti il cui effetto pratico è uno solo: legarti a loro, così continui a pagare anche quando il rapporto non ti convince più.
Quattro schemi. Con esempi di cosa succede il giorno in cui vuoi uscire.
1. Licenze «enterprise» di builder o template
Molte agenzie hanno un metodo standard: un tema + un page builder. Comprano una licenza da agenzia (cento siti, mille, a volte illimitati), la installano su tutti i clienti e nel canone mensile/annuo non mettono «manutenzione»: mettono il costo del builder.
Numeri grossolani, ma utili (indicativi, IVA inclusa, ordini di grandezza): un Elementor Pro «singolo sito» sta intorno agli 80 €/anno; una suite tipo Thrive Architect può avvicinarsi ai 300 €/anno se prendi l’ecosistema intero. Su un sito «normale» di professionista, quella cifra spesso è dentro il canone e non compare come riga chiara in fattura.
Cosa succede se vuoi andare via?
Il sito è costruito su uno strumento che a volte è chiuso (es. Duda: editor e hosting nello stesso affitto) e a volte è costosissimo da riprendere in mano da solo (es. Thrive). La licenza è legata allo sviluppatore, non a te. Andandotene, perdi l’uso «legale» di quel pezzo. Di fatto: o rifai il sito, o resti dove sei.
Esempio concreto che ho seguito io: un sito WordPress con Thrive, canone builder + hosting premium. Obiettivo del cliente non era «un sito più bello» — era stesso risultato senza l’affitto. Si è usciti da Thrive, tema custom, hosting più sostenibile. Il dettaglio è nel case study Solange.
Non è che i builder siano il demonio. È che usare la licenza agenzia come catena è un modello di business, non un favore al cliente. Ne ho già scritto in dettaglio sui costi nascosti dei page builder.
2. Hosting sui loro stessi server
Schema classico: il dominio lo compri tu da un provider normale (Aruba, Serverplan, SiteGround…). Il sito, però, risiede sui server dell’agenzia.
Nel canone non c’è «manutenzione»: c’è spesso una voce tipo «costo del database» o «hosting gestito». Un hosting già serio per un sito professionale sta tipicamente tra i 50 e i 100 € all’anno. Le agenzie, su questo pezzo, si fanno pagare di più — a volte molto di più.
La scusa: «i nostri server sono più performanti».
È una frase vera detta in modo fuorviante. «Più performanti» conta su siti pesanti, traffico serio, architetture complicate. Sul sito di un professionista o di una piccola attività, la differenza spesso non la noti. Quello che noti, se vuoi cambiare fornitore, è che il sito non è dove pensi che sia: senza loro non hai FTP/SSH utili, non hai un pannello tuo, a volte non hai nemmeno un export pulito.
Altro esempio reale: sito su Duda, canone mensile che includeva editor + hosting. Comodo finché paghi. Il giorno dell’uscita non «sposti WordPress»: ricostruisci. Poi il sito vive su un hosting dove le chiavi sono del cliente. Ne ho scritto nel case study Elena e nella logica di stesso sito, senza canoni.
Se vuoi un primo sguardo onesto su velocità e «quanto ha senso ciò che paghi», in homepage c’è una valutazione rapida dell’URL — gratis, senza registrazione. Non è un preventivo: è un check.
3. Account di analisi e pubblicità intestati all’agenzia
Google Analytics, Meta Business, pixel, campagne: tutto aperto a nome loro. Tu magari «hai accesso», ma non sei il proprietario.
Alla scissione del contratto perdi (o rischi di perdere):
- lo storico delle visite (mesi o anni di confronti periodici);
- le campagne e le audience già scaldate;
- il pixel di tracciamento — da ricreare, reinstallare, ri-verificare.
«Sono solo dati» — finché non ti serve rifare da zero un’analisi che avevi già pagato in ore e soldi. Per un e-commerce o per chi spende in ads, rifare da zero non è un dispetto: è un costo nascosto del cambio fornitore.
Regola banale e sana: gli account strategici sono intestati a te (o alla tua società). L’agenzia lavora sopra come collaboratore, non è il titolare del rubinetto. Se oggi non è così, chiedi il trasferimento di proprietà prima che il rapporto si incrini: dopo, diventa leva.
4. Codice proprietario iniettato nel sito
Molte agenzie e sviluppatori usano plugin custom per costruire il vostro sito, oppure un template custom. Altri iniettano codice custom nel sito…
Fino a qui nessun problema — se alla fine il sito rimane vostro e basta. Ma questo non accade sempre. Ci sono due scenari che a volte si configurano.
Scenario 1 — pezzi che «telefonano» all’agenzia
A volte ci sono plugin o pezzi che «telefonano» ai server dell’agenzia.
Capita, purtroppo spesso, che questi «plugin» siano proprietari dell’agenzia e quindi di fatto a pagamento. Ve ne accorgete quando dovete abbandonare l’agenzia o lo sviluppatore: vi chiedono il «pizzo» se non volete la disattivazione di qualcosa… o a volte di tutto.
Scenario 2 — codice fatto per confondere le terze mani
A volte il codice custom è iniettato per confondere le idee ad eventuali «terze mani». Ve ne andate, dovete fare una modifica, e il nuovo sviluppatore ci mette ore solo a capire dove mettere le mani — perché molte funzioni, magari anche semplici, sono state rese complicate.
Nomi di funzioni incomprensibili. Logiche sparse in cinque file diversi. Un piccolo pezzo «speciale» che fa da chiave di volta: tocchi quello e si rompe mezzo sito.
Documentazione? Zero.
Commenti? Assenti.
Oppure commenti che dicono tutto tranne dove mettere le mani.
Il risultato pratico è banale.
Il nuovo sviluppatore non lavora sulla modifica che gli hai chiesto. Lavora prima su un’indagine alla Sherlock Holmes. Due ore. Quattro. Una giornata. A volte di più. E quelle ore le paghi tu — non perché la modifica fosse difficile, ma perché il sito era stato costruito come un labirinto senza mappa.
La scusa che senti spesso?
- «È un’architettura avanzata»
- «È il nostro framework interno»
- «Così è più sicuro»
A volte è vero.
A volte è solo un modo elegante per dire: fuori da noi, costa caro.
Nota onesta: codice custom non è automaticamente una trappola. Un form su misura, un’integrazione col gestionale, un pezzo di performance vera — quello è mestiere. Il confine è la portabilità: se un altro professionista competente può subentrare senza ricostruire da zero, sei a posto. Se l’unica documentazione è «chiedi a noi», sei nel lucchetto.
Cosa fare se ti riconosci in uno di questi casi
Non serve panico. Serve chiarezza — meglio per iscritto.
- Chiedi dove sta il sito (hosting, pannello, accesso FTP/SSH o equivalente).
- Chiedi con cosa è costruito (builder, tema, plugin a canone) e chi paga le licenze.
- Chiedi la proprietà di Analytics, Ads, dominio, codice.
- Chiedi cosa resta online se interrompi il contratto domani.
- Se sei su Wix / Duda / builder a canone e vuoi «lo stesso sito» senza affitto perpetuo, è esattamente il lavoro che descrivo in Stesso sito, senza canoni.
Esempi concreti di uscita da Thrive e da Duda li trovi anche nei case study.
In sintesi
- Builder/template con licenza agenzia → andandotene, perdi lo strumento (o lo ripaghi tu).
- Hosting sui loro server → paghi un affitto mascherato da «performance».
- Account Analytics/Ads loro → perdi storico, campagne e controllo.
- Codice proprietario → «pizzo» alla disattivazione, oppure labirinto senza mappa per chi arriva dopo.
Nessuna di queste pratiche è «illegale» di default. Tutte, usate così, hanno lo stesso effetto: la porta d’uscita costa più del canone.
Hai un dubbio sul tuo caso (builder, hosting, account, codice)? Scrivimi — si chiarisce in poco tempo, senza che scatti nulla in automatico.
