Aruba è uno dei provider italiani più conosciuti — e uno dei più discussi. Da una parte ci sono professionisti che lo usano da anni senza drammi; dall’altra colleghi che lo evitano come la peste, sviluppatori che lo prendono in giro nei corsi, clienti che arrivano da me dopo settimane di assistenza andata a vuoto.
La verità, come spesso succede con l’hosting, non è «Aruba sì» o «Aruba no». È: Aruba per cosa, con quale piano, e con quali aspettative. Ho raccolto opinioni di sviluppatori, sysadmin e clienti — inclusi casi reali emersi in una discussione aperta tra professionisti — e li ho messi insieme in un quadro onesto, senza prendere partito per sport.
Perché Aruba divide così tanto
Aruba è economico, italiano, onnipresente. Molti clienti lo scelgono perché lo conoscono, perché il dominio costa poco il primo anno, perché «tanto è solo un sito vetrina». I problemi emergono quando il sito cresce: WordPress con plugin, email aziendali, e-commerce leggero, esigenze di performance o sicurezza.
Il fornitore non è pensato come un hosting «premium» per sviluppatori esigenti. È un generalista che deve servire centinaia di migliaia di account. Questo spiega perché un designer lo trovi «lento da usare» e un’azienda con 400 domini lo usi solo per una parte dei servizi, tenendo il resto altrove.
I pro: dove Aruba regge (e regge davvero)
Prezzo e accessibilità
Per un dominio + hosting base, Aruba resta difficile da battere sul prezzo di ingresso. Se ti serve un sito semplice, poche email, niente architetture complesse, il conto annuale resta contenuto — soprattutto nel primo periodo promozionale (poi leggi il rinnovo: ne parlo in questa guida sui prezzi al rinnovo).
Assistenza in italiano
Parlare con qualcuno in italiano, senza ticket tradotti male, non è scontato. Con provider esteri blasonati spesso il supporto è in inglese o passa da formulari generici. Chi gestisce clienti non tecnici apprezza poter spiegare un problema di posta o DNS senza barriera linguistica.
Non è raro sentire «mi hanno aiutato decine di volte con professionalità». Il rovescio della medaglia lo vediamo tra i contro: quando l’assistenza non risolve, la frustrazione è doppia perché ci si aspettava di più da un brand «di casa».
Sito ottimizzato = hosting sufficiente
Una obiezione frequente è «Aruba è lento». Ma la lentezza raramente dipende solo dal server. Un WordPress gonfio di plugin, immagini da 4 MB e nessuna cache può essere lento ovunque — SiteGround incluso. Se il sito è snello, PHP aggiornato, immagini compresse e pochi plugin, su hosting condiviso entry level le differenze percepite dal visitatore medio possono essere minime.
Non è una scusa per server sottodimensionati; è un reminder: prima ottimizzi, poi cambi hosting. Spesso si risparmia più tempo ottimizzando che migrando.
Infrastructure e piani «seri»
Nei commenti di professionisti emerge un pattern chiaro: l’hosting condiviso per siti web è la parte più criticata; server dedicati, housing, IaaS / Enterprise sono un mondo diverso. Chi gestisce VM in cloud su Aruba Enterprise racconta prestazioni buone e supporto competente — ma aggiunge spesso: «i 400 domini li tengo altrove».
Morale: Aruba può funzionare bene quando compri il prodotto giusto e sai amministrarlo. Il piano da 30 €/anno condiviso non è la stessa cosa di una VM gestita.
I contro: cosa raccontano i professionisti (caso reale)
Quello che segue non è folklore da forum: sono problemi descritti da sviluppatori e consulenti con clienti reali su Aruba. Non li invento per fare sensazionalismo — li metto qui perché sono esattamente i motivi per cui molti colleghi lo sconsigliano.
Pannello, UX e «troppi login»
Interfacce datate, percorsi poco intuitivi, credenziali diverse per account utente, FTP, database, pannello hosting, area clienti. Chi lavora su decine di siti perde tempo a capire dove fare l’operazione. Un commento azzeccato: «il password manager chiedeva pietà».
Non è un difetto estetico: è costo operativo. Ogni minuto perso a navigare il pannello lo paghi tu o il cliente.
Prestazioni sull’hosting condiviso «siti web»
Caso citato in discussione: sito WordPress nuovo, ottimizzato da un team esperto, 25 secondi per caricare una pagina su piano condiviso. Risposta del provider: server datato, niente da fare se non passare a un piano superiore e migrare.
Altro caso: scansione PageSpeed su un sito reale — LCP alto su mobile, CLS elevato su desktop. In Wi‑Fi «sembrava fluido» ma i numeri raccontavano un’altra storia. Confronto con Hostinger + LiteSpeed cache configurata bene: stesso tipo di sito, metriche molto diverse.
Traduzione: su shared hosting economico, il tetto di performance esiste. Ottimizzare aiuta, ma non trasforma un piano entry in un server dedicato.
Sicurezza: storie che fanno pensare
- Database compromesso anche dopo reinstallazione WordPress, cambio password e svuotamento tabelle — con assistenza che attribuisce la colpa allo sviluppatore nonostante WP non fosse più installato. Caso irrisolto.
- VPS appena creato, ancora da configurare, con bitcoin miner cinese installato da chissà chi. Server abbattuto e ricreato da zero.
- IP in blocklist Spamhaus per intervallo condiviso con siti fraudolenti — problema noto anche su altri provider low-cost, ma su un VPS «nuovo» fa male.
- Email: account con centinaia di caselle, almeno quattro compromesse; password deboli (6 caratteri, niente simboli) accettate dal sistema; impossibilità di impostare scadenza password massiva sulle caselle — solo una per una.
Non significa che ogni account Aruba sia hackerato. Significa che su piani condivisi e servizi gestiti «entry level» la superficie di rischio e la qualità delle risposte in incidente contano — e qui le opinioni divergono molto.
Assistenza: quando non basta
Ticket palleggiati, risposte una al giorno, guide obsolete citate dal cliente e poi «presi in giro» perché la guida era vecchia. Round robin DNS: prima «non si può», poi link alla documentazione, poi chiusura ticket. Customer service peggiorato dopo riorganizzazioni interne — lo dicono anche ex dipendenti e consulenti che hanno lavorato sui pannelli.
Per un privato con un dominio può andare bene. Per un professionista che deve consegnare un sito al cliente entro venerdì, non è il servizio che vuoi.
Domini e proprietà
Caso delicato emerso in commento: una PA che non riesce a rientrare in possesso di un dominio riservato alle pubbliche amministrazioni perché la console risulta intestata a un privato — associato da Aruba — e la risposta è «dovete sentire il privato». Segnalato ad AgID.
Per chi gestisce domini altrui, la regola è sempre la stessa: intestazione a nome del cliente, credenziali consegnate, documentazione. Ma quando il provider complica il recupero, il danno è reale.
DNS e servizi «a metà»
Ex consulenti che hanno lavorato sui pannelli raccontano implementazioni parziali, buchi tra servizi, log poco affidabili quando qualcosa va storto. Il pannello DNS sarebbe dovuto essere molto più capace di quanto sia oggi. Su subnet, IP e parametri di rete — errori segnalati anche lato enterprise.
Per un record A e un MX va bene. Per architetture con failover, round robin, esigenze avanzate: limiti concreti.
Pro e contro in sintesi
| Pro | Contro |
|---|---|
| Prezzo di ingresso basso | Rinnovo spesso più alto del previsto |
| Supporto in italiano | Supporto incostante su casi complessi |
| Brand conosciuto, molti servizi in un unico posto | Troppi login, UI datata, percorsi lunghi |
| Basta per siti vetrina semplici | Shared hosting lento su WordPress esigente |
| Enterprise / IaaS / dedicati apprezzati da chi li usa | Hosting «siti web» entry level limitato |
| Datacenter solidi (su piani server) | Casi gravi segnalati su sicurezza e DNS |
«Adatto o inadatto»: la frase giusta
Un commento azzeccato nella discussione: non è questione di buono o cattivo in assoluto, ma di adatto o inadatto al contesto.
- Aruba può andare bene se: sito vetrina, blog leggero, pochi accessi, budget stretto, cliente che vuole tutto in italiano e non ha esigenze tecniche particolari.
- Aruba è una scelta debole se: WordPress pesante, e-commerce, molte email aziendali, requisiti di performance misurabili (Core Web Vitals, SEO competitivo), tempi di risposta assistenza critici, DNS avanzato, compliance PA.
- Aruba Enterprise / IaaS è un’altra conversazione: lì parli con sysadmin, non con il piano «Hosting Linux + dominio .it».
Cosa fare se sei già su Aruba
- Leggi il rinnovo — vedi confronto prezzi al rinnovo.
- Ottimizza WordPress — cache, immagini, plugin superflui, PHP 8.x.
- Verifica intestazione dominio — deve essere a nome tuo o del tuo cliente, non del webmaster.
- Password email robuste — anche se il pannello accetta password deboli, non farlo.
- Se i limiti si sentono — valuta migrazione verso hosting con strumenti migliori (staging, SSH, backup chiari) invece di accumulare plugin «per compensare».
Conclusione sincera
Aruba non merita il culto del odio gratuito — molti clienti ci stanno bene e il supporto italiano fa la differenza ogni giorno. Non merita neanche il passaparola cieco «tanto va bene per tutti»: i professionisti che lo evitano di solito non lo fanno per snobismo, ma perché hanno visto database compromessi irrisolvibili, VPS infetti al primo boot, pagine che caricano in 25 secondi, ticket chiusi con guide obsolete.
Provider economico, sì. Limitato su molti fronti del hosting condiviso «siti web», anche sì. La scelta intelligente è usarlo sapendo dove finisce il suo mondo — e cambiare prima che il cliente scopra i limiti il giorno del lancio o dell’attacco.
Hai un sito su Aruba e non sai se conviene restare o migrare? Scrivimi dalla pagina contatti — in mezz’ora si capisce se il problema è il piano, il sito o entrambi.
